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L’essere “donna”

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Se dovessi elencare il mio “curriculum letterario” non saprei proprio che cosa metterci. Forse il premio maturità presso il Rotaract Club che vinsi nel 2006 col mio tema sulla migrazione. In effetti quello era stato il momento in cui mi resi conto che quel che scrivevo poteva interessare a qualcuno… Dopo di ché mandai qualche manoscritto in giro ricevendo alcune proposte di pubblicazione… ovviamente a spese mie. Il Filo, Le edizioni Miele e tante altre piccole case editrici.
Forse qualcuno di voi mi avrà già conosciuto come Margarita Gray, il mio amato pseudonimo. Nonostante il mio vero cognome mi sia sempre piaciuto, ci tenevo a quel nome inventato. Ci tenevo per una ragione molto semplice: nascondeva la mia origine. Il mio vero volto, il mio passato, la mia storia. Volevo essere giudicata per i miei scritti, non per la mia nazionalità o per la mia biografia. La gente non compera un’opera d’arte, compra l’artista – questa è la triste realtà. Nascondevo il mio nome per paura di pregiudizi. Per paura di non essere all’altezza, di non aver abbastanza destrezza con la lingua, di non poter mai diventare più brava di un qualsiasi studente del liceo classico.
Ma poi un bel giorno la mia editor mi disse: “Ognuno di noi è quello che è.” Ed ecco cosa sono io: una ragazza che scrive in una lingua che non è la sua, che vive in un mondo che è lontano da quello in cui vorrebbe vivere, di cui aspirazioni e convinzioni sono lontani dalla mentalità del suo paese d’origine. Non sono né carne né pesce e solo ora sto iniziando a capire che questo può essere un vantaggio. Credo che gli errori di grammatica si possano correggere e la lingua sia solo un mezzo.
Credo che quello che conta veramente sia il pensiero, lo sforzo mentale di viaggiare lontano e di imparare a vedere. Dovessi trasferirmi ancora imparerei un’altra lingua e un’altra ancora. In qualsiasi lingua del mondo sarò sempre io, Margarita, e il mio pensiero rimarrà intatto e autentico.
Non pretendo di dire nulla di nuovo, né di cambiare la vita a nessuno. Semplicemente scrivo. Ecco, questa è forse la frase più importante di tutto questo preambolo. Scrivo da quando ho impugnato la penna per la prima volta all’età di sei anni e continuerò a farlo finché vivrò, anche se nessuno di miei racconti dovesse mai vedere la luce o riscuotere successo o approvazione. Perché non posso farne a meno. Questo è il mio biglietto da visita, il mio curriculum, il mio destino.