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“Quando toglierete all’uomo il sangue dalle vene e lo sostituirete con l’acqua, solo allora smetterà di uccidere.”
- Lev Tolstoj - "Guerra e pace" -
Venerdì 5 marzo passavo per la stazione Cadorna. Aspettando il mio treno colsi un lamento nell’aria. Una voce femminile gridava qualcosa addolorata. “Sarà qualche zingara.” – pensai immergendomi nel libro. Ma la voce persisteva distraendomi. “Una persona non può gridare così forte, - pensai – questa è una voce amplificata. Ci deve essere qualche manifestazione.” Così feci il giro della stazione.
Infatti, come sospettavo c’era un gruppo all’ingresso della metropolitana. Una ragazza continuava a recitare i lamenti incomprensibili nel microfono, un’altra distribuiva i volantini. Ne presi uno e corsi a prendere il treno. “Sarà l’ennesima protesta contro Gelmini.”
Dopo qualche minuto di faticosa lettura compresi che si trattava di un altro argomento, non meno degno di attenzione.
Il lontano 11 ottobre 2007, una ragazza era stata arrestata per la rapina di astici presso il Pam in via Olona a Milano. Non si sa se il furto sia stato premeditato da un gruppo di animalisti, oppure se la ragazza sia stata mossa da un imprevisto slancio di compassione. In ogni caso il suo obbiettivo era quello di liberare i poveri astici condannati a bollire nella zuppa di qualcuno.
Venerdì 5 marzo, in occasione dell’ultima udienza del processo per rapina nel tribunale dei minori di Milano era stato organizzato un presidio per protestare contro le accuse del giudice.
“Un animale non è una cena, una liberazione non è una rapina.”
Ecco che cosa urlava la voce addolorata nel microfono alla stazione.
Mi permetto di citare alcune parti di quel bellissimo volantino:
“Ogni anno migliaia di astici muoiono bolliti vivi, miliardi di animali vengono torturati uccisi per soddisfare il nostro palato. Al mondo esistono milioni di lager, in cui gli animali non sono che numeri, fatti nascere al solo scopo di essere sfruttati e uccisi, considerati alla stregua di macchine che convertono i mangimi in carne, latte, uova, pellicce, risultati di esperimenti.
Tuttavia è sufficiente guardare un animale negli occhi per capire che dietro ad ognuno di loro, così come dietro ad ognuno di noi, si trova un intero mondo, un mondo che nessuno ha diritto di distruggere deliberatamente.
Il tutto si regge sul pregiudizio, simile a quello razzista o sessista, il pregiudizio antropocentrico, che giustifica la diversa considerazione degli interessi su base di specie. La scala dei valori è stata completamente ribaltata, conformemente alle esigenze umane, fino al punto di attribuire diverso valore alla sofferenza a seconda del grado di “razionalità” di chi la prova, senza minimamente considerare il fatto che sentimenti e sensazioni come dolore, paura, istinto e interesse alla sopravvivenza, terrore, percezione della vita e della morte, non sono affatto connessi alla “ragione”, ma semmai alla sensibilità, propria degli animali così come dell’animale umano.
Prendiamo in analisi un portatore di un handicap tale da renderlo privo di capacità razionali, ma non di sensibilità. Ragionando in modo laico, coerentemente con l’assunto che la razionalità sia il principio che stabilisce il valore della vita, della morte e della sofferenza, l’individuo in questione dovrebbe essere considerato (e di conseguenza trattato) alla stregua di un animale -non - umano, ovvero come un potenziale mezzo che consente ai cosiddetti “esseri razionali” di conseguire i propri fini. Il fatto che ciò (fortunatamente) non avvenga, rivela un’evidente contraddizione.
L’opposta valutazione che spinge in un caso ad infliggere e nell’altro a evitare sofferenza, non è forse un atteggiamento schizofrenico?
Perché non si ha il coraggio di mettere in discussione i principi che lo ispirano, invece di elevarli a verità assolute e indiscutibili?”
Purtroppo la ragazza non ha firmato l’appello e ora non so chi ringraziare per tutti i bellissimi spunti di riflessione di cui queste righe mi hanno fornito. Credo che il discorso della signorina sia un perfetto connubio tra la passionalità, trasudante di indignazione, e una logicità rara. Un discorso che lascia di stucco, che fa staccare almeno un attimo dalle convinzioni ferree che un uomo può avere, fa riflettere.
Ecco, vorrei continuare questa riflessione insieme a voi.
Vorrei subito precisare che non ho alcun’intenzione di propagare altri appelli animalisti. Vorrei solo condividere con voi il viaggio dei miei pensieri che quel testo mi ha fatto percorrere.
La mia carriera di animalista ebbe inizio all’età di dieci anni. Ero al ristorante con i miei. Ordinai per la prima volta nella mia vita i frutti di mare. Il nome del piatto mi era parso accattivante. Non avevo mai vissuto al mare e dunque nella mia immaginazione da bambina di dieci anni apparsero dei frutti esotici, come mele o pesche, solo un po’ più colorati e insoliti. Con quanta sorpresa esaminai il piatto quanto ci vidi dentro il polipo, le vongole, le cozze… Io non so come diavolo avessi fatto a capire che un tempo erano animali vivi, non mi ricordo nemmeno la scena, a dir la verità. So solo che d’un tratto mi ero messa a piangere. Dei grossi lacrimoni presero a colare dal mio naso direttamente nella pietanza.
Quante risate! Quanta tenerezza! Una bella bambina bionda che piange sopra il suo piatto di frutti di mare. Ancora adesso è uno dei ricordi preferiti di miei genitori.
Perché lo tiro fuori adesso? E’ interessante capire il perché di quel mio pianto innocente.
Era stato il primo contatto con la consapevolezza che quello che mangiamo spesso e volentieri è un essere morto. Tutti noi amiamo animali. Chi più chi meno. Cani, gatti, cavalli, criceti, pesciolini rossi, conigli… Vederli correre nella libertà, giocare tra di loro ci strappa un sorriso di tenerezza, ci dona un senso di serenità. E tutti, chi più chi meno, amiamo la carne. Costata, filetto alla griglia, salumi… Solo che spesso e volentieri non colleghiamo le due cose. E il passaggio da l’animale vivo all’animale morto ci fa senso, quasi ribrezzo. Scuote profondamente la sensibilità dei nostri animi, e allora preferiamo non pensarci. Tracciamo una linea netta tra gli animaletti da compagnia, graziosissimi giocattoli e silenziosi compagni dei nostri giorni e le macerie umide e rossastre che trasformiamo in pranzi o cene. Mentre in tutti e due i casi si tratta della stessa medesima cosa: gli animali.
Per noi la carne è solo un pezzo di sostanza rossa nella vaschetta bianca del supermercato. Non ci rendiamo conto che quella sostanza è un animale trucidato.
Infatti, a diventare vegetariani per principi etici sono solitamente le persone che hanno vissuto l’esperienza di uccisione di un animale. Sono le persone che sono entrate fisicamente oppure sensitivamente in contatto con quella realtà. Visitando un mattatoio, una fattoria, oppure semplicemente immaginando l’orrore negli occhi di un animale che sta per essere abbattuto.
Non mi fa rabbia il fatto che l’uomo sia geneticamente programmato per uccidere. Per l’istinto di sopravvivenza e tanti altri validi motivi, che in parte già scorrono nelle vostre menti in tanto che leggete queste righe. A me fa rabbia che l’uomo non ne sia più cosciente. Prima un contadino prendeva il coltello e andava a sgozzare la gallina con le sue stesse mani. Il cacciatore prendeva il fucile e andava a cacciare l’orso per la pelliccia e lottava per averla. Ora invece esistono le strutture apposite dove “miliardi di animali vengono torturati. Milioni di lager, in cui gli animali non sono che numeri, fatti nascere al solo scopo di essere sfruttati e uccisi.” Quali migliori parole avrei potuto usare! E poi ci laviamo la coscienza scaricando la responsabilità sulla nostra natura umana.
Il nocciolo del mio comizio non sta qui. Non è il fatto che l’uomo uccide che mi scandalizza, ma il fatto che non dia alcun peso al sacrificio che l’animale e la natura in generale stiano facendo per lui ogni giorno. E’ diventato tutto scontato. Solo perché ha il lume della ragione l’uomo può uccidere gli animali, demolire i boschi, distruggere l’eco sistema, bucare l’atmosfera. Mentre tutto il mondo può andare a rotoli solo l’uomo rappresenta un singolare indiscutibile valore!
Quanto costa una vita umana?
- Non ha prezzo!
Quanto costa una vita animale?
Ma non è nemmeno la vita di un animale ad avere quel prezzo, ma la sua carne. La vita di un animale ai nostri occhi non rappresenta alcun valore. Ci fa rabbrividire l’idea di cannibalismo, ma infondo perché? Siamo tutti fatti della stessa carne.
Mi viene in mente il caso di Eluana. Quante chiacchiere, quanti dibattiti intorno ad un corpo in fase vegetale. Coinvolgimento delle sfere alte: Berlusconi, Napolitano, Papa… Quanti slogan valorosi: “Ammazziamola nel modo giusto.” “Non violiamo i diritti umani.” Quante belle, giuste, suonanti parolone intorno ad un corpo immobile, mentre la madre natura aveva già fatto il suo intervento anni fa. Ma è giusto così perché Eluana è una persona. Appartiene alla razza umana. Mentre tanti animali, perfettamente sani e vegeti, vengono trucidati senza dire né A né B. La chiesa ha risolto questo problema facilmente: gli animali non hanno anima. Punto e da capo.
Certo, esistono ancora i casi in cui l’uomo stesso non ha tutto questo valore sacrale. Viene sfruttato come schiavo, cavia da esperimenti, fornitore di organi. Però in tutti i paesi civili esiste lo splendido concetto dei diritti umani. L’idea che nessun essere umano possa essere trattato come un oggetto. L’idea, che pur rimanendo spesso puramente teorica, costituisce uno dei paradigmi fondamentali della nostra società.
L’altra settimana in mensa, in attesa del secondo, stavo spiegando ad una mia collega perché volevo rinunciare al consumo della carne. Così insieme al mio piatto di verdure bollite mi sono beccata anche il suo sguardo spezzante accompagnato dal solito ritornello: “Lo so che è crudele ammazzare gli animali, ma è così che siamo fatti. Non possiamo vivere senza la carne.” Al ché le chiesi se era capace di ammazzare un’animale. Mi guardò sbigottita, quasi come se avessi offeso sua madre. “Non potrei mai fare del male a nessuno!” – esclamò.
Allora perché continui a mangiare le carcasse di esseri viventi che qualcun altro ha ammazzato per te? Che diritto ne hai?
Ovviamente non dissi quest’ultime frasi ad alta voce. Gestire i rapporti interpersonali all’interno di un’azienda è già abbastanza difficile, anche senza sfiorare gli argomenti così delicati come la sensibilità dell’animo umano.
L’uomo non può vivere senza la carne. Questa è la convinzione con cui vive la maggior parte delle persone. Noi mangiamo la carne fin da quando siamo piccoli, perché i nostri genitori ce la preparano da mangiare, ci portano nelle osterie oppure nei ristoranti di pesce com’era successo a me. Abitudine. Ecco la risposta alla maggior parte dei dilemmi umani. Noi siamo abituati a mangiare la carne e per questo non crediamo di poter farne a meno. Noi ammazziamo gli animali per mangiarceli, per riempire i nostri armadi di pellicce e le nostre coperte di piume. Li utilizziamo per testare i farmaci e li mandiamo nello spazio come cavie. Ci dispiace immensamente, ma la scienza e il progresso non possono andare avanti altrimenti. Altrimenti non avremmo tv satellitare, internet, saponette anticellulite. Siamo tutti coscienti di compiere questo gesto poco carino e questa consapevolezza ci fa soffrire. Questa è la nostra condizione umana, che, per quanta desolazione e dispiacere possa suscitare nei nostri cuori, non possiamo cambiare.
E’ un luogo comune. Ne hanno già discusso ampiamente Clisippo, Nietzsche, Schopenhauer. Il mio pensiero è: già che abbiamo la coscienza, questo lume della ragione, questa mitica consapevolezza…. Usiamola!
Usiamola abbattendo i luoghi comuni, allargando i limiti del pensabile, del immaginabile, del comprensibile. Sconfiggendo la pigrizia. Utilizziamo questo benedetto internet, elaborato con tante fatiche e sacrifici. Sostituiamo le filosofie pessimiste con le informazioni concrete. Ci sono tanti siti, come www.euroveg.eu per esempio, tanti specialisti, dietologi, nutrizionisti, pronti a darci le risposte concrete al tanto discusso dilemma: può l’uomo vivere senza la carne oppure no?
E qui sorge il dilemma ancor più grande: ma perché scomodarsi tanto? Infondo la carne è così buona. Allora continuiamo pure a deliziare il nostro palato, ma smettiamola di fingere la santa innocenza crogiolando nell’antica giustificazione: “siamo fatti così”.
Io non posso offrirvi risposte né proporre una soluzione universale. Voglio solo invitarvi a riflettere. Vi invito a pensare. Ad essere oggettivi e coerenti. Ad essere COSCIENTI. Potete diventare vegetariani, bruciare le pellicce, sostituire la carne con i fagioli. Potete continuare a mangiare la carne, le ostriche, il gustosissimo foie gras. Ma qualsiasi cosa decidiate di fare fatelo con coscienza. Non scaricate la responsabilità sull’infelice condizione umana, pensando ad altro, oppure servendosi si scuse patetiche quanto banali come: “Non possono capire.” “Non possono sentire.” “Tanto non soffrono!” Perché anche se non siete voi ad uccidere quegli animali, lo fanno per voi. Sulla richiesta di un mercato che voi rappresentate. E la vaschetta bianca che trovate al supermercato non è altro che il risultato di questa vostra richiesta.
Perché loro soffrono. Loro capiscono. Provano paura, terrore, agonia, dolore e tante altre cose che proveremo tutti noi un giorno, morendo.